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sabato, febbraio 25, 2006

Karl Popper: "Contro la televisione"

Londra - 13/04/1993

Domanda 1: Sir Karl Popper, Lei ha affermato che la televisione ha, specialmente per i ragazzi, il valore di un'autorità morale e che svolge quindi un ruolo educativo. Alcuni sostengono che questa tesi sia in contrasto con l'idea liberale, secondo cui non bisogna educare le persone, ma informarle. Lei pensa dunque che la televisione dovrebbe avere una funzione educativa?

Risposta: Penso proprio di sì. Credo che distinguere in questo caso tra educare e informare non è soltanto falso, ma decisamente disonesto. Mi dispiace doverlo dire. Non ci può essere informazione che non esprima una certa tendenza. E ciò si vede già nella scelta dei contenuti, quando si deve scegliere su che cosa la gente dovrà essere informata. Per fare questo bisogna aver già stabilito in anticipo che cosa si pensa dei fatti, decidere circa il loro interesse e il loro significato. Questo basta a dimostrare che non esiste informazione che non sia "di tendenza". Bisogna scegliere, e il nostro intendimento determina la nostra scelta.
Così, per esempio, Lei può chiedere a qualsiasi professionista della televisione di far parlare una persona frontalmente o di farla parlare di profilo: c'è una bella differenza! Tutto è il risultato di una scelta. Dire che esiste della pura informazione, come semplice trasmissione di fatti, è falso. Voi tentate continuamente di imporre il vostro punto di vista al telespettatore e non potete impedirvi di farlo. Perciò la distinzione tra educare ed informare non regge. Ma questa distinzione non è semplicemente falsa, essa risponde piuttosto ad un preciso obiettivo, perché permette di dire: "Noi siamo obiettivi, vi comunichiamo soltanto i fatti, i fatti come sono e non i fatti come vorremmo che voi li vedeste: i fatti semplicemente come sono".
Questo è falso! D'altronde si parla dell'educazione come di una imposizione necessaria. L'insegnante impone il suo punto di vista all'allievo, al ragazzo che deve essere educato. L'educatore è gravato da una grande responsabilità, mentre colui che informa, il "puro informatore", pare che non ne abbia alcuna. Ma questa differenza non esiste. Se voi siete informatori responsabili, siete anche educatori. Ma se siete educatori irresponsabili, voi state trasgredendo le regole del gioco. Lei non può sottrarsi all'obbligo di educare. Lei come educatore ha una grande responsabilità e così pure la televisione ha una grande responsabilità. Io credo che la maggioranza dei professionisti della televisione non si rendano conto appieno della loro responsabilità.
Credo che non siano capaci di valutare l'ampiezza del loro potere. La televisione ha un immenso potere educativo e questo potere può far pendere la bilancia dal lato della vita o da quello della morte, dal lato della legge o da quello della violenza. E' evidente che si tratta di cose terribili! Lei mi dice che io difendo, contro l'ideale liberale, il fatto che le persone debbano essere educate e non informate. Questo ideale sedicente liberale è stato inventato "ad hoc" per non dover rivedere e trasformare il mondo dell'informazione. E' stato inventato proprio e soltanto per questo. Non è stato mai veramente un ideale liberale. Il liberalismo classico sotto tutte le sue forme ha sempre accordato una grande importanza all'educazione e un'importanza ancora più grande alla responsabilità.
D'altronde tutte le correnti del liberalismo classico hanno insistito sulla necessità di controllare il potere. Il miglior mezzo è quello dell'autocontrollo. Un certo autocontrollo ci deve essere in ogni caso. Ogni potere, e soprattutto un potere gigantesco come quello della televisione, deve essere controllato. La televisione può distruggere la civiltà. Che cos'è la civiltà? E' la lotta contro la violenza. C'è progresso civile, se c'è lotta alla violenza in nome della pace tra le nazioni, all'interno delle nazioni e, prima di tutto, all'interno delle nostre case. La televisione costituisce una minaccia per tutto questo. La minaccia, beninteso, sarebbe peggiore sotto una dittatura poiché in questo caso ci sarebbe una vera manipolazione allo scopo di far accettare ai cittadini la dittatura. E come ha mostrato Orwell ciò può avvenire senza che la gente si renda conto di ciò che sta succedendo. In ogni caso non ha senso discutere sui pericoli potenziali della televisione.
E' sul suo potere attuale che bisogna riflettere e chiedersi se non sia male impiegato. Bisogna piuttosto domandarsi, in rapporto al potere attuale della televisione, se non sia mal impiegato. Io credo che questo avvenga spesso La mia esperienza dell'ambiente televisivo mi insegna infatti che i suoi professionisti non sanno quello che fanno. Si pongono scopi del tipo "essere realisti", "essere avvincenti", "interessare", "eccitare". Questi sono gli obiettivi che si pongono esplicitamente. Ciò che misura l'arte, la tecnica di un uomo di televisione è realizzare tali obiettivi. [...]

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l'intervista completa

in memoria di FELA KUTI

Quando Fela decise di cancellare per sempre il suo nome da schiavo scelse un nome tribale dai tratti profetici: Anikulapo, colui che porta la morte in un sacchetto. Più volte ribadì di essere pronto a tutto nella vita e di non temere affatto la repressione del regime nei confronti della sua attività antigovernativa. Il suo spirito irriducibile avrebbe voluto mostrarsi impavido persino di fronte all'appuntamento con la morte, quel 2 agosto di 5 anni fa*, ma lo spietato cinismo dell'Aids non ebbe clemenza nemmeno per il più grande musicista africano di sempre, Fela Anikulapo Kuti. Fela il ribelle dal piglio militante, il guerriero indomito e incorruttibile. Fela la spina nel fianco dei regimi militari nigeriani, che mai sottovalutarono il suo ruolo di Black President degli oppressi. Come quel 18 febbraio '77, quando in mille fecero irruzione nella sua comune, da lui ribattezzata Kalakuta Republic, seminando distruzione e morte. Fela, con le ossa rotte, fu costretto all'esilio in Ghana; l'anziana madre, una delle donne più importanti e famose d'Africa per le sue battaglie proto-femministe fu scaraventata da una finestra e morì. Da quel drammatico episodio presero forma alcuni dei più grandi capolavori di Fela Kuti: Sorrow, Tears & Blood, Zombie, No Agreement: “No agreement today, no agreement tomorrow”, cantava con rabbia, accompagnato dalla tromba di Lester Bowie. Il jazzista americano non fu certo l'unico ospite di rilievo nella sua sterminata discografia: durante gli studi al Trinitary College di Londra alla fine degli anni '50, Fela instaurò un profondo legame d'amicizia col batterista dei Cream, Ginger Baker, col quale avrebbe inciso un disco dal vivo nel '71. E poi il vibrafonista Roy Ayers, suo partner in 2000 Black e Music of Many Colours. La collaborazione più controversa fu quella col produttore newyorkese Bill Laswell, che pressato dal manager di Fela a completare le bozze di Army Arrangement mentre Kuti era in prigione, diede vita ad un lavoro che le stesso Fela disconobbe con tutte le sue forze. Cosa che però non impedì ai due di collaborare in un altro paio d'occasioni successive.

Un rapporto difficile quello del presidente nero con la discografia ufficiale. La sua rigida etica artistico-musicale non prevedeva compromessi di sorta; figuriamoci se poteva essere compresso l'infinito minutaggio delle sue composizioni, vere e proprie invettive in musica: lunghe, ipnotiche cavalcate dall'andamento circolare e dall'effetto taumaturgico; più simili ad un ancestrale canto animista che ad una canzone di pop africano. Fela, panafricanista convinto, pensava che la musica africana avesse voltato le spalle alla propria essenza, alle proprie radici. La consapevolezza delle quali paradossalmente gli giunse in un tour a Los Angeles nel '69, quando fu folgorato dalla scoperta di Malcom x. Da allora sposò le dottrine di Marcus Garvey, ma soprattutto fu un indefesso sostenitore dei due fratelli che per primi si batterono per l'unità politica e culturale dell'Africa: Kwame Nhrumah, il padre del panafricanismo, coltissimo presidente del Ghana dal '57 al '65; Sekou Ture, presidente della Guinea Conakry dal '58 all'84, che offrì esilio a Miriam Makeba, ospitò la pantera Stokely Carmichael e nominò Harry Belafonte ministro della cultura africana. Nel '79 lo stesso Fela, di ritorno dal suo esilio ghanese, formò un movimento politico, MOP (Moviment of the People) che non sortì però gli effetti sperati. Poi arrivò la svolta mistica, '81 circa: “Caddi in una trance dai contorni reali e spirituali. Fu in quell'occasione che vidi con chiarezza gli aspetti della civiltà egizia. L'intera razza umana poteva essere circoscritta all'interno della civiltà egizia e della guida spirituale dei suoi dei”. Senza indugi cambia nome alla sua band; da Africa '70 a Egypt '80, ma la sbornia nubiana non comprometterà il suo antagonismo politico. Dopo aver denunciato negli anni immediatamente precedenti le losche trame del governo nigeriano con le multinazionali del petrolio e della comunicazione, allarga il raggio d'azione della sua protesta direttamente ai padroni del vapore neo-liberista; in Beasts Of No Nation i suoi obiettivi diventano reagan, la Thatcher e l'ex presidente sudafricano Botha, ritratti sarcasticamente in copertina come vampiri col sangue grondante dalla bocca. Le parole dal canto loro, per nulla ellittiche, accompagnavano quell'immagine con espliciti riferimenti alla violazione dei diritti umani.

Fela Kuti come modello di antagonismo politico? Da un punto di vista “occidentale”, l'affermazione è quanto meno azzardata, se si considera il suo discutibile rapporto con le donne. Arrivò a sposarne in un'unica cerimonia ben 27, salvo divorziare in seguito perché dissuaso dall'istituzione matrimoniale: sintomo di gelosia, possesso ed egoismo sentenziò. Forse solo una provocazione, in risposta alle accuse che gli piovvero (tra le altre) circa la promiscuità sessuale nella comunità di Kalakuta tra lui e le sue giovani donne. Come a dire: “Se volete le spose”. Al suo funerale, quell'agosto di 5 anni fa, centinaia di migliaia di persone si riversarono in massa per le strade di Lagos, come per il capo di una nazione.

Oggi di Fela resta principalmente un'enorme eredità musicale. Innanzitutto i suoi dischi, 75 circa, moltissimi dei quali purtroppo fuori catalogo. La sua musica (un pizzico di Highlife, due gocce di James Brown e una spruzzata di jazz) sembra essere la cosa più campionata dai giovani produttori di nuova dance music, tanto in Inghilterra che in Francia. Non solo, a New York un vero e proprio ensemble Afro-beat di 14 elementi furoreggia nello stesso spirito militante di Kuti. Miles Davis, nei suoi ultimi anni di vita indicò nella musica di Fela alcune delle cose più innovative da riscoprire. Brian Eno ha dichiarato che da quel fatidico 1972 in cui scoprì la sua musica, non ha fatto altro che ascoltarla e studiarla. Anche il reggae gli ha dimostrato venerazione: Dennis Bovell, alter-ego di Linton Kwesi Johnson, ne è stato produttore negli anni '80. Michael Rose dei Black Uhuru lo considera il portavoce dell'altra Africa nel mondo, e Burning Spear, il più panafricanista dei cantanti raggae, fece un tour in Africa con lui alla fine degli anni '80. Ma soprattutto resta il talentuoso figlio Femi, premiato da Nelson Mandela in persona al Kora Festival nel '99 come miglior artista africano. Sarà lui o la nuova house a tenere alta la bandiera dell'Afro-beat? Chiunque raccoglierà quel peso, dovrà farlo a testa alta e pugno chiuso, portando la morte in un sacchetto.

Mauro Zanda – L'UNITA' – *02/08/2002

I FUNGHI VELENOSI

PSICOLOGIA SESSUALE E REPRESSIONE

di Cesare Viviani

"Non riusciremo mai a rendere alla Chiesa il male che ci ha fatto"

I funghi velenosi

Secondo la cultura dei più, tutto ciò che non è finalizzato va contro il codice del buon senso. Per ogni cosa il suo significato. Un’ossessione è stata la ricerca del senso della vita.

Tutti, o quasi, gli uomini cercano un fungo nella selva oscura: beato chi l’ha trovato, il fungo della sua vita. E i più lo trovano sotto diverse specie: un santino, la tessera del partito, un distintivo, un profilattico, una fede al dito, un paio di mutandine, i baffi del capufficio, il sorriso della suocera, una pagina del libro di storia, una citazione in un saggio di Agosti, un libretto di risparmio, la parola del Papa, la dispensa piena, un fiasco vuoto, le scarpe lucide, i capelli sempre a posto, un carburatore in fase, una foto di Fanfani o di Bouchet (Barbara), venti metri in apnea, la polluzione notturna, la villa, la poltrona di Le Corbusier, la poltrona del direttore, il potere, la mamma, il potere della mamma.

Ma ci sono anche quelli che ritornano a casa a mani vuote. Eppure hanno cercato: è sembrato loro di vederlo il fungo, più volte, ma poi accostando la mano al cespuglio si sono accorti che era stata un’illusione: erano solo foglie, cadute in modo tale da assumere la forma ricercata. (Erano sorrisi rivolti in modo tale da assumere la forma dell’amore. Erano parole dette in modo tale da assumere la forma della verità. Erano promesse fatte in modo tale da assumere la forma della fede).

Dopo giorni e giorni di vane ricerche, derisi dagli altri – "fortunati cercatori" – non reggono all’amarezza: chi impazzisce ripetendo all’infinito storie di boschi e di stagioni, di fungaroli e di foglie morte. E chi, addirittura, si uccide.

Poi ci sono anche coloro che sono stati trovati morti per aver mangiato distintivi, tessere, scarpe lucide, carburatori, poltrone, mamme: funghi velenosi. Ma qui il discorso si farebbe lungo. Mentre ci basta aver narrato come tutto è impostato sulla ricerca del significato.

Sì, mi si può rispondere che se è stato così e non altrimenti, ciò è dovuto al fatto che l’uomo storico così progrediva e cresceva. E mi si può dire che è un’astrazione, una chimera pensare che tutto sia stato sbagliato. O una fuga dalla realtà. D’accordo! rispondo: noi siamo qui e non fuggiremo. Ma mi sembra che non possiamo vivere senza un contatto più o meno intenso con i desideri, con l’utopia, con un altro mondo. E che è suggestivo immaginare per un momento che tutto sia stato sbagliato e pensare che questo mondo, dove l’uomo impara sempre meglio a uccidere se stesso e gli altri, potesse essere diverso, molto diverso da quello che è.


Santificato o peccato

Anche il sesso è sempre stato finalizzato: tanto da costringere la donna a diventare madre, santa o puttana. L’atto sessuale, santificato o peccato. E l’uomo, un dongiovanni, un pederasta o un maritato.

Dunque si è sempre avuto bisogno di un contesto da cui l’atto assumesse significato. Ma il contesto è stato anche la via della società classista, dello sfruttamento, dei genocidi e delle guerre. (Forse allora la eliminazione del contesto – il nonsenso – può essere un momento di prassi alternativa, tanto quanto esce dalla capacità di controllo di chi detiene il contesto-potere?)

Adesso alcune ipotesi o esempi o citazioni o episodi (questi ultimi tratti da esperienze non fantastiche) più o meno riferiti al tema della repressione sessuale e dell’omosessualità.

1. L’omosessualità, che è una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva e che, quindi, dovrebbe avere possibilità di attuazione così come le altre, riceve invece una valutazione morale (e a volte una sistemazione pseudoscientifica) tale da essere stata considerata una espressione contraria alla natura.

2. A proposito del concetto di natura, è utilissimo sapere che gli animali in stato di libertà praticano l’omosessualità ma non sono omosessuali permanenti. La loro società, infatti, non li condiziona al legame permanente.

3. La società del capitale, dove il tempo e lo spazio sono solo quelli della produzione, non tollera le esigenze improduttive dell’uomo. Così come impedisce la ricerca di un tempo e di uno spazio individuali. Impossibilitato a cercare una misura propria e spesso ignaro di questa possibilità, ciascuno, o quasi, finisce per organizzare la sua psicologia con un insieme di "pezzi" mutuati dalla cultura dei più.

4. In una comunità dell’Oregon, sorta nel 1960, si attua un’esperienza di liberazione sessuale (la cosiddetta "pedagogia orientata"). Uno dei riferimenti teorici è questo: «Dato che non si può avere una sessualità infantile senza condizionamenti, si incoraggiano i bambini al polimorfismo, che è già, secondo noi, una loro spiccata tendenza». Uno dei metodi è quello della soddisfazione di ogni stimolo presentato. Il risultato è sorprendente: «Non ci sono esasperazioni o figure tipiche nel comportamento sessuale dei nostri giovani», scrive l’animatore della comune, «tanto liberamente essi hanno potuto esprimere in vari modi la loro sessualità».

5. L’autopunitività è uno dei fondamenti della cultura dei più. Anche un proverbio dice: "chi ride il venerdì, piange il sabato la domenica e il lunedì".

6. Nella coppia omosessuale, l’attivo e il passivo non fanno altro che riprodurre lo schema disparitario della coppia eterosessuale.

7. Ho sentito dire: «Non capisco perché i genitori, subito così solleciti a soddisfare gli stimoli della fame, della sete e del sonno dei figli appena nati e cresciuti, siano poi così insensibili di fronte allo stimolo della loro sessualità».

8. «Non abbiamo ancora elementi per decidere che cosa accadrebbe se si lasciassero sviluppare in pace i bambini: crescerebbero come piccoli selvaggi oppure percorrerebbero da soli una serie di graduali mutamenti anche in assenza di un aiuto esterno?» Anna Freud, Il periodo di latenza.

9. «La razionalità capitalistica, in quanto è nella sua essenza una forma di violenza, estranea e antagonista rispetto ai bisogni reali della maggioranza degli individui, è costretta a schiacciare sul nascere ogni proposta che appaia irrazionale, insieme a ogni sospetto di una razionalità alternativa». Giovanni Jervis, Manuale critico di psichiatria.

10. La vera castrazione e il vero complesso di Edipo non consistono, forse, nella implacabile riduzione delle infinite potenzialità del bambino a poche possibilità di significato? «Nell’età in cui il bambino impara a padroneggiare il vocabolario della sua lingua materna, egli prova un gusto evidente a "sperimentare giocando" con questo materiale; accosta le parole senza badare al senso, pur di ottenere l’effetto piacevole dato dal ritmo e dalla rima. A poco a poco gli vien tolto questo divertimento, e alla fine non gli sono più consentite che le combinazioni verbali dotate di senso». Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio.

11. Al giovane si dice: «Non andar mai con gli uomini». Alla giovane si dice: «Non andar mai con le donne, e stai attenta agli uomini». Ma l’individuazione sessuale si può avere attraverso le esperienze e non attraverso le proibizioni!

12. Partendo dalla considerazione che l’omosessualità (anche quando è comunicata) si forma sempre nel clima del divieto assoluto di attuarsi come "una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva", sempliciotta e vetusta appare la citazione che segue: «[A Pasolini] dissi che l’omosessualità è dovuta a un mancato sviluppo e ad una regressione del comportamento erotico a fasi immature, preadolescenziali. È il prolungamento dei giochi sessuali dei ragazzetti. È l’impulso sessuale che non arriva ad orientarsi verso la donna per troppo rispetto...» Cesare Musatti, "L’Espresso", 16 novembre 1975.

13. Infatti, così come la repressione sessuale, anche il "mancato sviluppo" riguarda tutti. Distinguere allora omosessualità e eterosessualità (la cui differenziazione, oggi, si verifica, sulla base di una pesante e generale repressione, solo per casuali dinamiche psicologiche ed esistenziali, sempre interpersonali) assume il solo significato di rafforzare la repressione e il meccanismo di emarginazione.

14. Distinguere il comportamento erotico in fasi immature e mature, vuol dire presupporre un arco esistenziale progressivo ed evolutivo, tendente alla "maturazione". (In questa logica, la ricomparsa di cose passate è sempre regressione). Ma la "maturazione" (nel modo in cui s’intende) non è altro che un riferimento, più o meno diretto, a un modello di cultura di marca efficientista che almeno gli psicoanalisti dovrebbero riconoscere ed evitare subito.

15. Uno slogan, non del tutto banale: «Siamo tutti uguali (più o meno) in quanto a sesso. Mentre potremmo essere tutti diversi, l’uno dall’altro. Invece molti sono costretti a essere "diversi"».

16. «Cancellare per sempre la realtà borghese e non apportare modifiche parziali!» rispondono alcuni omossessuali autonomi collegati al "Fuori" a Franco Fornari che ripete la classica formuletta: «L’omosessuale identifica se stesso con la propria madre e immagina il proprio partner come il sostituto di se stesso bambino». "Corriere della Sera", 12 febbraio 1975.

17. Dicono anche le più ortodosse ricerche di genetica umana che «Le alterazioni cromosomiche e ormonali, le carenze ghiandolari e le alterazioni genitali non comportano l’omosessualità. Tra questa e un qualunque dato clinico non esistono correlazioni di sorta».

18. Tutte le pratiche sessuali non finalizzate alla procreazione hanno significati diversi (o nessun significato) ma non certo inferiori a quelli della procreazione. Il significato del gioco, per esempio. Un gioco "improduttivo" e "disorganizzato", senza tempo, ripetitivo, apparentemente senza senso: un gioco all’infinito: dove il sesso si libera delle finalità per ritornare a essere semplicemente la soddisfazione di un bisogno fisico (istinto), il raggiungimento di un piacere. Dove il sesso non è più distinto per "categorie" o per "tipologie", ma ritrova la sua unità e la sua autonomia nella possibilità di una realizzazione libera da ogni obbligata finalità e per questo anche finalizzata, libera da ogni obbligata uniformità e per questo anche uniforme, libera da ogni obbligato orientamento e per questo anche orientata.

E per finire, torniamo al contesto e alla sua psicologia. Perché tutto abbia un significato, si è costituita persino una possibilità di interpretazione (di significazione) anche di ciò che sembrava irriducibile alla ragione e non codificabile (ed ecco, appunto, l’analisi dell’inconscio). Ma ciò ha voluto dire altresì la formazione di una gabbia di razionalità sempre più asfissiante. Invece, molte cose che "non si possono spiegare" o che non è immediatamente utile spiegare potrebbero restare senza significato, come momenti della nostra vita dinamici, aperti, come potenzialità indeterminate. Anche perché nessuno può garantire che il significato sia sempre necessario alle cose.

Maggio 1976

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Da AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri (Kaos Edizioni), Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria «Salvo imprevisti»

CAOS


IL PERCHE' DI QUESTA RUBRICA

«Perché ho accettato di scrivere per “Tempo” la presente rubrica?
E’ una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro che, con simpatia o con antipatia, me la porranno.
Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all’occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale) : due cose che sono nella mia natura. ma c’è in me, appunto, un’irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura.
Naturalmente, un tale bisogno di contraddirmi, ha bisogno anche di giustificazioni. Queste giustificazioni provvede a dettarmele tutto il mio conformismo, che è molto difficile, del resto, da definire, essendo fenomeno dl carattere maledettamente composito e ambiguo (esso ha forse i suoi punti di contatto più compitabili con un certo conformismo comunista, quale si è presentato nel dopoguerra: una cosa, dunque, quasi lontana come la mia infanzia).

Il perché di questa rubrica

Le giustificazioni, ad ogni modo, che il mio enigmatico conformismo mi detta – a proposito di questo impegno settimanale che risono preso – sono molto semplici: invoco a giustificarmi la necessità “civile” di intervenire, nella lotta spicciola e quotidiana, per conclamare quella che secondo me è una forma di verità. Dico subito che non si tratta di una verità affermativa: si tratta piuttosto di un atteggiamento, di un sentimento, di una dinamica, di una prassi, quasi di una gestualità: essa dunque non può non essere piena di errori e magari anche di qualche stupidità.
[…]
So vagamente che la mia opera, letteraria e cinematografica, mi pone, quasi d’ufficio , nell’ordine delle persone pubbliche. Ebbene, ecco: io mi rifiuto, intanto, di comportarmi da persona pubblica. Se una qualche autorità ho ottenuto, malamente, attraverso quella mia opera, sono qui per rimetterla del tutto in discussione: come del resto ho sempre cercato di fare. Si potrà dire che il mio è uno sforzo inutile; che ci sono certi poteri che, una volta raggiunti, bisogna tenerseli; che non c’è possibilità di dimissioni; e che io, dunque, avendo ottenuto un certo, sia pur minimo e discusso, potere di prestigio – attraverso poesie, romanzi, film e volenterosi saggi linguistici e semiologici – appartengo fatalmente a una indifferenziata “AUTORITÀ” : né più né meno che come chi l’ha cercata di proposito: un burocrate, un uomo politico, un generale dei carabinieri, un professore, un industriale. Un giovane che apra gli occhi oggi alla luce (culturale), non può non vedermi inserito in questa sorta di AUTORITÀ paterna che lo sovrasta. Ebbene, io non voglio ammetterlo.
Ecco perché questa rubrica non avrà – almeno nelle mie intenzioni – nulla di autorevole, e io non avrò nessuno scrupolo nello scriverla: nessun timore, intendo dire, di contraddirmi, o di non proteggermi abbastanza.
A questo punto credo che sia chiara anche la ragione per cui ho voluto intitolare queste mie pagine settimanali “Il caos”, il cui sottotitolo ideale potrebbe essere: “Contro il terrore”: l’autorità, infatti, è sempre terrore, anche quando è dolce.
Un padre dice dolcemente, cameratescamente a un figlio piccolo: “Non calpestare le aiuole” : ebbene, questo comandamento negativo entrerà a far parte di un insieme di comandamenti negativi che regoleranno il comportamento di quel bambino; sicché la buona educazione, essendo in gran parte fondata su una serie di regole negative, è , per sua natura, terroristica: infatti essa, quasi a risarcire i sacrifici dell’obbedienza, diventa immediatamente un diritto, e, in nome di tale diritto, il bambino, beneducato, divenuto grande, eserciterà i suoi ricatti morali.
[…]
Io non sono un qualunquista, non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza. E se dunque mi preparo – in questa rubrica, frangia della mia attività di scrittore – a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine. ed è questo, del resto, che mi garantisce una certa, magari folle e contraddittoria, oggettività. Non ho alle spalle nessuno che mi appoggi, e con cui io abbia interessi comuni da difendere. Il lettore certamente sa che io sono comunista: ma sa anche che i miei rapporti di compagno di strada col PCI non implicano nessun impegno reciproco (e anzi, sono abbastanza tesi: ho tanti avversari tra i comunisti quanti tra i borghesi ecc.). Se provo delle simpatie politiche (certo radicalismo – ma non tanto quello dell’”Espresso” – da una parte e certa Nuova Sinistra cattolica, che si va delineando molto più sotto il segno di Don Milani che di Giovanni XXIII ) sono simpatie che non comportano nessun patto o patteggiamento.
[…]
Un’altra cosa che vorrei dire come prefazione a questa mia serie di interventi, è la seguente: spesso parlerò con violenza contro la borghesia: anzi, sarà questo il tema centrale del mio discorso settimanale. E so benissimo che il lettore resterà “sconcertato” (si dice così?) da questa mia furia: ebbene, la cosa sarà chiara quando avrò specificato che io per borghesia non intendo tanto una classe sociale quanto una vera e propria malattia. Una malattia molto contagiosa: tanto è vero che essa ha contagiato quasi tutti coloro che la combattono: dagli operai settentrionale agli operai immigrati dal sud, ai borghesi all’opposizione, ai “soli” (come son io).
Il borghese – diciamolo spiritosamente – è un vampiro, che non sta in pace finché non morde sul colo la sua vittima per il puro, semplice e naturale gusto di vederla diventar pallida, triste, brutta, devitalizzata, contorta, corrotta, inquieta, piena di senso di colpa, calcolatrice, aggressiva, terroristica, come lui.
[…]
Dalla mia solitudine di cittadino, io dunque cercherò di analizzare questa borghesia come male dovunque essa si trovi: cioè ormai quasi dappertutto (è un modo “vivace” per dire che il “sistema” borghese è in grado di assorbire ogni contraddizione: anzi, crea esso stesso le contraddizioni, come dice Lukàcs, per sopravvivere, superandosi). Sintomo sicuro della presenza del male borghese è appunto il terrorismo, moralistico e ideologico: anche nelle sue forme ingenue (per es. tra gli studenti). Mi caccio con questo, lo so, in un’impresa ingrata e disperata, ma è naturale, è fatale, del resto, che, in una civiltà in cui conta più un gesto, un’accusa, una presa di posizione, che un lavoro letterario di anni, uno scrittore scelga di comportarsi in questo modo. Deve pur cercar di essere presente, almeno pragmaticamente, e esistenzialmente, se in linea teorica la sua presenza sembra indimostrabile!
[…]

Pier Paolo Pasolini
“Tempo” n. 32 a. XXX, 6 agosto 1968


TESTO INTEGRALE

martedì, novembre 08, 2005

L'ANGOLO DI NICOLA #2


...e meno male che i buoni erano loro!

da Repubblica

Inchiesta shock di "Rai News 24": l'agente chimico usato come arma. Un veterano: "I corpi si scioglievano"
"Fosforo bianco contro i civili"
Così gli Usa hanno preso Falluja
Un documento svela anche un test su un nuovo tipo di Napalm


ROMA - In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico è fosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioni nemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella città ribelle irachena di Falluja. E non solo contro combattenti e guerriglieri, ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve rispondere l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Questo racconta un'inchiesta di Rai News 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte di guerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq.

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa", dice un veterano della guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24.

"Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani su Rai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Falluja.

"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita - dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio a Falluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso".

Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della città.

Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche sui civili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno.

L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

Fallujah. La Strage Nascosta verrà trasmessa da Rai News domani 8 novembre alle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre), in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 17 e nei due giorni successivi.

(7 novembre 2005)

martedì, ottobre 11, 2005

L'angolo di Nicola #1


Al cardinale dei Marines Ruini vorremmo far sapere.
Che quando consiglia o vieta, la smetta di dire “gli italiani”, e tenga presente che non tutti gli italiani sono cattolici. Quindi rifletta se per lui esiste ancora la laicità, o se dobbiamo cambiare la costituzione.

Vorremmo anche fargli presente che esistono, oltre alla sua, molte altre religioni monoteiste o politeiste o eccetera, ognuna con una diversa idea della famiglia.

Che quando ci parla di “guerra al terrorismo” e “peccati orribili contro la famiglia” e lancia altre rampogne e anatemi, è suo diritto farlo, ma ci piacerebbe tanto, in qualche sua omelia, sentire parole come “perdono”, “dialogo”, “libero arbitrio “ e altre parole che fanno parte del Vangelo e del pensiero dei credenti, oltre che del corredo di ogni bieco ateo.

Che comunque il termine ateo, o laico, o come preferisce lui “miscredente”, non vuole dire: “nemico della fede”, ma “che ha altre idee rispetto alla fede”, in special modo rispetto alla fede del cardinale Ruini. Se non capisce questo il cardinale finisce per assomigliare pari pari a quei signori della fatwa che non gli piacciono.

E poi, non ha qualche sospetto quando Calderoli lo approva entusiasticamente?

E con tutte le ore che passa in alte riunioni, meeting, interviste e televisioni, ha il tempo di andare a conoscere una famiglia vera?

E infine se ha tanti consigli e certezze e soluzioni per la famiglia, perché non si sposa?

Nicola Nicolis

venerdì, settembre 30, 2005

è una vecchia guerra


"L’Iraq è il Vietnam della nuova generazione e chi dice che non è vero vada a parlare con i soldati che tornano. Se non ci alziamo noi vecchi a dirlo, chi lo deve fare? Il nostro silenzio, la nostra paura di non sembrare abbastanza patrioti è costato la vita di duemila giovani americani. Li abbiamo uccisi anche noi. Ma io sono troppo vecchia per permettermi il lusso di tacere."

Joan Baez
La Repubblica, 25 settembre

lunedì, giugno 20, 2005

se non è amore questo...

INTERVISTA A ROBERT WYATT. (di Ugo Coccia)

UC:Che cosa vuol dire "Shleep", il titolo del tuo nuovo lavoro?
RW:"E' una parola inventata. Quando ho deciso di sceglierla come titolo dell'album ho pensato ai miei sonni disturbati, e questa parola distorta riusciva a rendere bene l'idea.

UC:Dopo tanti anni incidi non da solo, ma con una nutrita compagnia di amici. Come è nato il disco?
RW:Ho passato parte degli anni Novanta con una serie di problemi di salute che mi hanno costretto a uno sforzo enorme per riconquistare la dimensione sociale di cio' che si chiama musica. Troppo spesso mi sono concentrato sulla musica come un poeta con la sua penna. Ma la musica non è poesia, è un'arte sociale e quindi ho avuto bisogno di una compagnia di amici che mi aiutassero a uscire da questo isolamento.

UC:Uno di questi amici è Phil Manzanera, che ha messo a disposizione i suoi studi di registrazione, e poi ci sono Brian Eno e Paul Weller, persone che appartengono a universi musicali opposti. Com'è andata?
RW:Suonare con i vecchi amici o con musicisti più giovani è lo stesso. Adesso ho più esperienza nello scegliere le persone giuste per ogni canzone. Quando ero leader de miei gruppi, tutti i miei pezzi erano suonati dagli stessi musicisti, adesso Phil Manzanera suona nella canzone "Alien", e il modo in cui suona è perfetto per quella canzone, Philip Catherine e Brian Eno per le loro, e così via. Io non sono leale verso alcun tipo di musica. Quello che cerco nelle persone con le quali suono è il carattere e il rigore intellettuale.

UC:Una volta hai detto che non amavi la musica dei bianchi...
RW:No, quello che volevo dire è che ciò che raggiungeva il mio cuore, che mi ha fatto amare la musica più di ogni altra cosa e mi ha salvato l'anima, è stata la musica nera. Questo non è per mancanza di rispetto per altri generi musicali. Anzi, tutta l'America è stata importante per aver dato la possibilità a razze diverse di ridistribuire le loro culture in forme espressive diverse. Forse è l'unica cosa buona dell'America, ma è veramente una grande cosa! (risata).

giovedì, giugno 16, 2005

dal Manifesto di ieri 15 giugno:

Piangi, Argentina
LUIS SEPÚLVEDA
Hai sentito le notizie? mi dice una cara amica da Buenos Aires. E' presto nella capitale argentina, fa freddo - aggiunge - ma l'entusiasmo della sua voce scavalca l'oceano e mi arriva calda, piena di speranze. No, non ho sentito niente, le dico. Lei mette il telefono vicino alla radio e posso sentire. La corte suprema di giustizia ha abolito le leggi maledette del Punto finale e dell'Obbedienza dovuta.

Queste leggi sono state negoziate alle spalle delle vittime, alle spalle delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo, alle spalle di tutti quelli che, dall'anonimato di cui è fatta una paura molto più durevole di quella dei dittatori, continuavano in silenzio a cercare i loro morti e difendevano la segreta e ostinata speranza di un atto di giustizia. Leggi maledette, nate da un curioso concetto di «riconciliazione nazionale» che obbligava le vittime a dimenticare e permetteva agli assassini di passeggiare in totale impunità.

Ricordo l'alterco, la rabbia di Miguel Bonasso quando in un ristorante inciampò nel «Tigre» Acosta, uno dei principali torturatori della scuola meccanica dell'armata, la Esma, secondo una sigla già iscritta nella storia universale dell'infamia. Codardo senza la sua uniforme, codardo senza le sue belve armate, codardo senza «la patria» come salvacondotto, «El Tigre» Acosta se la fece addosso davanti alla sua amante e ai suoi figli quando Bonasso gli si parò davanti e gli disse «sono solo e disarmato, fammi vedere quanto sei coraggioso, soldatino figlio di puttana». Puzzando senza alcun controllo, la merda che s'allargava nei pantaloni, balbettò «non faccia così signor Bonasso, io sono amnistiato dalle leggi di Obediencia debida, facevo quel che mi ordinavano».

Il mio amico e compagno Miguel Bonasso, ex guerrigliero montonero, ora deputato eletto con molti, moltissimi voti di gente che non ha mai perso la speranza, sputò in faccia al «coraggioso» militare argentino.

Ora se la chiesa cattolica, complice dei dittatori e dei torturatori, se il menemismo, la parte più reazionaria, mafiosa e fascista del peronismo, non tentano giochetti sporchi per salvare coloro che hanno amnistiato applicando loro le leggi maledette del Punto finale e dell'Obbedienza dovuta, finalmente i criminali dovranno sedere sul banco degli imputati e rispondere dei loro crimini.

Se la coppia Bush-Condoleezza Rice, che non sa nemmeno dove sia l'Argentina sulla mappa, non provano a dare qualche «consiglio» per evitare di «aprire ferite già chiuse» - perché sono stati gli Stati uniti ad addestrare i torturatori - è possibile che si possa arrivare al punto più doloroso della storia e sapere dove sono i quasi trentamila desaparecidos, sapere che ne fecero di loro, di quei compagni e quelle compagne la cui età media era di venticinque anni, e soprattutto sarà possibile recuperare i tanti bambini che sono stati perduti nel labirinto dell'orrore.

Neanche l'Organizzazione degli stati americani, la Oea, deve metterci bocca, e men che meno José Miguel Insulza, il cancelliere cileno che salvò Pinochet dall'estradizione da Londra a Madrid. Le istituzioni che hanno tradito i popoli dell'America latina devono starsene zitte, non hanno esercitato altro che il servilismo di fronte agli Stati uniti, mai hanno servito i loro popoli e mai li serviranno.

Buone notizie arrivano da Buenos Aires. La mia amica piange in silenzio. Le sue lacrime sono acqua benedetta che annaffia i fiori ostinati della speranza.

lunedì, giugno 13, 2005

quiz: chi è poldo?

à ragione Poldo!

che diamine...


E voialtri che facevate, ci venivate tutti al fantasticissimo concertino degli AMORE,
mercoledi 15 giugno ore 22
al parco dell'anconella, firenze sud?

SIII! DAAAIII! CI VENIVA ANCHE LEI, AL FANTASTICHERRIMO CONCERTO(o concertino)! SI, SI, PROPRIO LEI, cioè te, DAAI!